ultimo aggiornamento: 24 agosto 2003  
In questo numero:
Stiamo perdendo la battaglia per la sicurezza?
Allarme per il virus anti-Microsoft.
Necrologio per un browser.
I ragazzi che passano più tempo online hanno migliori risultati a scuola.

Internet favorirebbe la diffusione dell'AIDS.
Nel numero precedente:
C'è anche chi rifiuta Internet.
Il virus della polmonite atipica ha un fratello informatico.
Quei computer pieni di polvere (o quasi).
I top del mese:
Tre anni fa la net economy celebrava i suoi trionfi.
Guerra di parole.
La RIAA denuncia quattro studenti universitari.
E' online la terza parte del tutorial Come costruire una rete e condividere un accesso ad internet
Storia di casalinghe, di Superman e di un regalo di Bill Gates a tutti gli abitanti della Terra

Stiamo perdendo la battaglia per la sicurezza?
Due virus mal scritti e un altro facilissimo da identificare fanno tremare Internet. Perché con tanto poco si riesce a fare tanto danno?


Il panico
In una sola settimana, o poco più, tre virus, MsBlaster, Welchia e Sobig, hanno seminato il panico in Internet, riportando drammaticamente in primo piano il problema della sicurezza. Anche al di là delle scontate isterie mediatiche, i tre virus hanno certamente causato molti danni, in un tempo relativamente breve.

A questo si deve aggiungere che almeno due (MsBlaster e Welchia) avevavo un codice abbastanza rozzo e non erano certo un esempio di brillante programmazione. Almeno uno dei tre (Sobig) era facilissimo da evitare: per non rimanerne vittima, bastava l'elementare precauzione di non aprire allegati sospetti. Nonostante questo, con tanto poco si è fatto tanto danno.

A questo punto occorre quindi chiedersi con serietà perché succede tutto questo e domandarsi se per caso non stiamo perdendo la battaglia per la sicurezza.

Sia chiaro. E' molto probabile che i virus diventeranno, se già non lo sono, una componente endemica di Internet. La totale scomparsa dei virus non è nemmeno lontanamente ipotizzabile. Ma non è questo il vero problema: la soluzione credibile è che diventino un fatto controllato e controllabile, che non mettano in crisi tutta Internet, seminando il panico, e che diventino una rara eccezione, non una sconfortante routine quasi quotidiana. Dove stanno, quindi, le cause degli attuali disastri?

Gli utenti, i produttori e la pubblicità
Cominciamo dagli utenti. Dopo anni, è impressionante il numero di persone che ancora apre, con leggerezza, gli allegati sospetti. Sono esattamente le stesse persone che nella vita reale non aprirebbero mai la porta ad uno sconosciuto, ma in Internet abbandonano qualsiasi forma di prudenza. Perché? La risposta è semplice: perché non sanno i pericoli a cui vanno incontro.

D'altronde come potrebbero saperlo se nessuno glielo ha mai detto? Da anni si è voluta imporre la falsa convinzione che usare un computer sia facile. Le ferree leggi del mercato impongono che si vendano sempre più computer. Per venderli occore far credere che usare un computer sia facile come usare una lavatrice. Occorre far credere che basta adottare un'interfaccia a finestre per mettere un computer alla portata di un bambino.

Chi se la ricorda la famosa pubblicità di Windows 95? Si vedeva una bambina asiatica che allegramente usava un computer con quel sistema operativo. Notate la sottigliezza del messaggio mediatico. Non solo ad usarlo è un bambino, ma per giunta donna e per giunta non WASP. Cosa ha pensato la casalinga del Wisconsin di fronte a quel messaggio? "If a yellow little girl can do it, i can do it too!".

Potenza della pubblicità: la casalinga del Wisconsin ha comprato il computer. Il rivenditore si è guardato bene dal dirle che un computer è difficile da usare, che stare in Internet equivale ad aprire la porta di casa e che adottare Windows significa adottare un sistema operativo bacato, che ti costringe a scaricare patch, quasi quotidianamente.

D'altronde cosa poteva proporre il povero rivenditore? Linux? Ce la vedete la casalinga del Wisconsin alle prese con /dev/null o con i permessi sui file e le directory? Se il rivenditore avesse detto la verità, il computer non lo avrebbe venduto: siccome tiene famiglia e deve pur campare, ha taciuto. E con lui, hanno taciuto i produttori di hardware, i produttori di software, la maggioranza della grande stampa e tutti quelli che tengono famiglia e devono pur campare. Gli affari sono affari.

La casalinga diventa uno zombi
E fu così che l'ignara (e innocente) casalinga del Wisconsin si è trasformata in una vittima di MsBlaster ed è diventata (lei che è una "personcina per bene e non farebbe del male ad una mosca") in un involontario aggressore del sito windowsupdate.com.

Adesso il New York Times, il Washington Post e tanti altri quotidiani sono pieni di interviste a normali utenti che cascano dalle nuovole e che dichiarano candidamente di non saperne nulla di virus, patch, worm, attacchi informatici, sicurezza e altre diavolerie del genere. Tutti pensavano di aver comprato un strumento, non un problema.

Il rimedio è un'utopia?
Come si rimedia? Con l'informazione corretta. I rivenditori di fiducia, prima di tutti, dovrebbero dire chiaramente come stanno le cose. E con lui tutti quelli che hanno una qualche responsabilità nell'informazione.

Usare un computer non è affatto facile, almeno per chi non è del mestiere. Non sono poi tante le cose da imparare, ma occorre impararle bene, se non si vogliono ottenere più danni che benefici. Invece di sprecare soldi nell'acquisto dell'ultimo (inutile) processore super-veloce è meglio spendere qualche soldo per imparare ad usarlo. Ci vuole tanto per accettare questa semplicissima (e poco costosa) verità? O è un'utopia?

Hardware e software: un circolo vizioso
E' del tutto illusorio aspettare una soluzione dal mondo della produzione. Da anni i fabbricanti di hardware propongono computer sempre più potenti e i produttori di software offrono programmi sempre più complessi, per giusitificare quell'hardware.

Programmi tanto grandi e complessi comportano anche enormi costi di programmazione. Ma il mercato ha le sue leggi e, di conseguenza, si tralascia allegramente la qualità e si buttano fuori programmi approssimativi, non completamente testati e infarciti di difetti.

L'esempio più drammaticamente eclatante: Windows di Microsoft. Ma non solo: si sa da tempo che nella stragrande maggioranza, sono le sezione marketing che decidono l'uscita delle nuove versioni dei programmi, in base a considerazioni puramente commerciali, e non le sezione tecniche.

Il paradiso degli hacker
Risultato: siamo completamente inondati di software approssimativo e pieno di difetti, il che significa un vero paradiso per chi scrive i virus. Se a questo si aggiunge la considerazione che il software più bacato di tutti è anche il sistema operativo presente nel 95% dei PC, lo sconfortante panorama è completo. Infatti, c'è anche una drammatica "economia di scala" da tener presente: chi scrive un virus per Windows, lo ha scritto per il 95% dei PC esistenti nel mondo.

Un analista ha sottolineato che i produttori di virus, gli hacker e tutti quelli che attentano alla sicurezza, stanno vivendo in un vero e proprio "periodo d'oro". Mai hanno avuto a disposizione una situazione tanto favorevole a loro: centinaia di milioni di computer sprotetti, con un sistema operativo che fa acqua da tutte le parti e milioni di utenti che non sanno nemmeno cosa sia la sicurezza. E per giunta questi computer sono collegati tutti insieme in Internet. In definitiva, una situazione troppo allettante per non approfittarne.

Trustworthy computing, ovvero le promesse non mantenute di Bill Gates
Come si rimedia? Facendo esattamente quello che Bill Gates ha promesso un anno e mezzo fa e poi regolarmente non ha mantenuto: cambiare dalle fondamenta i metodi di produzione del software, mettendo al primo posto la sicurezza, l'affidabilità e la semplicità d'uso.

Certo, se il maggior produttore di software è stato in grado di prendere in giro tutto il mondo, promettendo e non mantenendo quello che aveva promesso, la situazione è davvero sconfortante. Nonostante quella solenne promessa, solo nell'ultima settimana, Internet è stata violentemente scossa, per ben tre volte, da altrettanti virus basati su difetti del software prodotto da Microsoft. Certo l'immagine di quest'ultima (se ancora ce ne fosse bisogno) ne esce a pezzi. Microsoft cambierà finalmente strada dopo questo ennesimo colpo? Purtroppo temiamo che sia un'altra utopia.

Una proposta provocatoria
Aderiamo con entusiasmo ad una
provocatoria proposta del Washington Post. Un articolista di questo quotidiano propone a Bill Gates di utilizzare una parte dei 49.000 milioni di dollari che possiede per inviare gratuitamente un CD con Windows aggiornato, invece di costringere gli utenti a lottare con patch e update. Visto che un CD costerebbe soltanto 3 dollari, anche se lo inviasse a tutti gli abitanti della Terra, gli rimarrebbero ancora 30.000 milioni di dollari in banca, una cifra sufficiente a vivere bene per i prossimi 30 millenni.

I peccati originali di Internet
Ma come se non bastasse, ci sono anche i "vizi d'origine" di Internet, che contribuiscono a rendere ancora più difficile la situazione. Un esempio per tutti: il protocollo SMTP, quello che fa funzionare la posta elettronica.

E' stato scritto quando Internet era limitata alle università ed era un fatto riservato ad una ristretta elite di poche migliaia di persone. Questa ristretta elite neanche ci pensava alla sicurezza e non aveva le preoccupazioni che invece ha l'Internet di massa di oggi.

Per questo il protocollo SMTP ha una strana caratteristica: non effettua l'autenticazione del mittente, perché a quei tempi non era necessario. Questo significa che si possono inviare e-mail perfettamente anonime, senza alcuna possibilità di rintracciare il mittente. Da qui nasce il vero problema dello spamming e dell'invio di virus per e-mail. Ci vorrebbe un altro protocollo, ma nel frattempo che facciamo? Sospendiamo la posta elettronica? E anche questa è un'altra utopia.

Mentre Internet soffre, fra un virus e un altro, la tecnica di programmazione dei virus migliora e le informazioni aumentano. Qualcuno ha notato che il tempo necessario fra la scoperta di un bug e la scrittura di un virus che lo sfrutta, si sta drammaticamente riducendo. Qualche anno fa era di alcuni mesi, poi è diventato di qualche mese e, infine, MsBlaster è arrivato dopo meno di un mese dalla pubblicazione del bug relativo. Come si rimedia a questo? Impedendo alle persone di studiare? Bruciando i libri? Chiudendo Internet? Ancora utopie.

Arrivano i nostri?
Si potrebbe obiettare che è possibile aumentare le attività investigative e di polizia. Per valutare la reale utilità di questa soluzione, basta scorrere la stampa internazionale di venerdì 22 agosto, quando si è scatenato Sobig.

Mai si è vista una situazione tanto confusa: tutti dicevano di tutto e il contrario di tutto, in una totale confusione in cui nessuno aveva ancora chiaro come diavolo funzionava davvero il dannato Sobig. In USA hanno sguinzagliato i mastini: l'FBI, con la collaborazione di Microsoft e di esperti di alto livello. Tutto quello che (forse) hanno saputo trovare queste potenti forze, sono 20 ignari utenti normali che avevano beccato Sobig.

Ma perché proprio questi venti? Perché sembra (non è confermato) che il virus Sobig sia programmato in maniera tale che tutti i computer infettati debbano scaricare un fantomatico programma proprio da questi venti computer, scelti a caso dal virus, fra gli utenti di linee ADSL.

Prima l'FBI ha detto di aver identificato i 20 computer. Poi qualcuno ha detto di no, perché uno risultava ancora attivo. Forse proprio la nostra amica casalinga del Wisconsin si era alzata e, ignara di tutto il casino, aveva acceso il proprio computer, uno dei famigerati 20. Chissà la faccia della casalinga del Wisconsin quando ha visto la propria casa invasa dall'FBI! Lei che aveva solo comprato un computer!

Poi qualcuno ha avanzato l'ipotesi che c'erano due serie di 20 computer, e che il vero attacco di Sobig arriverà fra qualche settimana. Insomma, se non ci avete capito niente, non siete i soli: non ci ha ancora capito niente nessuno. Nemmeno l'FBI, nemmeno la Microsoft e nemmeno i grandi luminari della sicurezza. Quello di indagare un virus ben scritto, come Sobig, sembra proprio un compito adatto a Superman, cioè un'altra utopia.

Conclusione (amara)
Tiriamo le somme e riassumiamo i rimedi proposti per risolevere il problema dei virus: i rivenditori devono avvertire i propri clienti che usare un computer è difficile e che Windows è pieno di buchi, le casalinghe del Wisconsin devono studiare informatica, bisogna impedire la lettura di libri e la diffusione delle informazioni, il software deve essere ben scritto anche se costa molto farlo, Microsoft deve scrivere un sistema operativo senza buchi e deve inviare gratis un CD a tutti gli abitanti della Terra e, infine, Superman sarà ingaggiato per svolgere indagini sui virus.

Se state ridendo, allora avevamo ragione noi: la battaglia per la sicurezza è persa.

Giuseppe Laurenza
24 agosto 2003
Allarme per il virus anti-Microsoft
Si chiama Blaster e si sta rapidamente diffondendo in tutto il mondo

Chi è il virus anti-Microsoft
"Bill Gates perché rendi tutto questo possibile? Smettila di fare soldi e aggiusta il tuo software". A prima vista si potrebbe essere anche d'accordo con queste affermazioni, ma il problema è che il latore del messaggio, anche se predica bene, razzola assai male. Questo messaggio, infatti, è nascosto dentro Blaster, il nuovo virus che da lunedì scorso sta rapidamente diffondendosi in Internet, creando non poche apprensioni.

Come quasi sempre accade, sfrutta una vulnerabilità di Windows. I sistemi operativi a rischio sono Windows NT 4.0, Windows 2000, Windows Server 2003 e Windows XP. Mentre i primi tre hanno una vocazione professionale, l'ultimo è maggiormente usato dai normali utenti domestici. Nelle aziende ci sono le risorse, il tempo e le conoscenze per fronteggiare con successo la minaccia. I normali utenti, invece, non sempre si rendono conto del pericolo e spesso non sanno neanche di avere il computer infettato. E' proprio la massa degli ignari utenti casalinghi il punto debole che Blaster può sfruttare per diffondersi a macchia d'olio.

La sua rapida diffusione
Dalle prime ore di lunedì si è rapidamente diffuso, arrivando ad infettare decine di migliaia di computer in America, Europa ed Asia. Alcune
fonti parlano di più di un milione di macchine infettate, mentre altre limitano la cifra ad alcune decine di migliaia. Eppure la vulnerabilità sfruttata da Blaster era nota da tempo e Microsoft aveva già rilasciato la patch. Moltissimi esperti di sicurezza avevano ripetutamente avvertito che presto qualcuno avrebbe scritto un virus per sfruttarla. Ma si sa che applicare tutte le patch degli innumerevoli buchi dei prodotti Microsoft è una fatica che anche Ercole avrebbe difficoltà a fare. Risultato: nonostante gli avvertimenti, come da previsioni, il virus è arrivato e ha trovato migliaia di computer indifesi.

Come è fatto e cosa fa
Appartiene alla categoria dei worm e, una volta che è entrato in un computer, tenta di lanciare il programma msblast.exe. Se quest'ultimo entra in funzione non fa danni nel computer ospite, ma, approfittando dell'eventuale connessione ad Internet, comincia a cercare in Rete altri computer vulnerabili da infettare. Ogni volta che li trova, il virus si trasmette ai nuovi ospiti, diffondendosi ampiamente in tempi relativamente brevi. La pericolosità di Blaster sta proprio in questa tecnica di diffusione. Gli altri virus arrivano come allegato delle e-mail e, per infettare il computer, è necessario l'intervento diretto dell'utente. Quest'ultimo, in buona fede, apre la e-mail infetta, lancia l'allegato e, così facendo, istalla inavvertitamente il virus nel proprio computer. Blaster, invece, arriva in silenzio e si mette automaticamente all'opera senza che l'utente debba fare niente per attivarlo.

Secondo quanto riferiscono gli esperti, Blaster è programmato in maniera tale che tutti i computer infettati, il prossimo 16 agosto, lancino un attacco DoS (Denial of Service) a windowsupdate.com, il sito di Microsoft che viene utilizzato per l'aggiornamento delle varie versioni di Windows. Anche questo particolare, insieme all'esplicito messaggio contro Bill Gates, fa di Blaster un vero e proprio worm creato per colpire e screditare il software prodotto da Microsoft (come se ce ne fosse ancora bisogno!). Vale la pena di ricordare che un attacco DoS consiste semplicemente nell'inviare, contemporaneamente da tutti i computer infettati, una montagna di richieste ad un server, nel tentativo di farlo crollare e metterlo fuori servizio.

Come difendersi
Non è molto difficile sapere se il proprio computer è infettato. Facendo la solita combinazione di tasti CTRL+ALT+DEL, appare la finestra nella quale sono elencati i programmi in esecuzione. Se nell'elenco appare il programma Msblaster.exe, occorre per prima cosa, "terminarlo". Poi si avrà cura di cercare il file omonimo e di cancellarlo accuratamente, ricordandosi anche di svuotare il cestino. Il solito provvidenziale riavvio del computer dovrebbe bastare a risolvere temporaneamente il problema. Per non ricadere nello stesso problema, si deve scaricare e applicare la patch che tappa il buco di sicurezza sfruttato da Blaster, senza dimenticare di aggiornare il proprio antivirus.

Da un punto di vista più tecnico, Blaster sfrutta la nota vulnerabilità nell'interfaccia DCOM (Distributed Component Object Model), che gestisce i messaggi inviati utilizzando il protocollo RPC (Remote Procedure Call). Quest'ultimo viene comunemente usato, in ambiente di rete, da alcuni programmi per richiedere servizi ad altri programmi su altri server. Nel corso dell'attacco viene aperta una sessione TCP sulla porta 135 ed è quindi consigliabile la chiusura di questa porta, anche se occorre prendere in considerazione la solita 139 e la 445. Maggiori informazioni sulla vulnerabilità si possono trovare nel sito del
CERT. Microsoft ha già pubblicato informazioni e la relativa patch. Naturalmente si possono consultare i siti dei produttori di antivirus, come ad esempio Trend Micro o Symantec.

Il peggio deve ancora arrivare?
Si ripeteranno le sciagure di Slammer e Code Red? Sembra di no. Intanto, con il passare delle ore, Blaster sta rallentando la propria diffusione e i danni prodotti non sono poi così gravi. Molti esperti sottolineano che il codice di Blaster è rozzo e approssimativo: in alcuni casi non riesce nemmeno a funzionare e provoca soltanto il blocco del computer. Ma non per questo le preoccupazioni sono minori. L'importanza di Blaster non sta tanto nei danni che produce, ma sta in quello che fa presagire. Se un codice rozzo riesce a fare tanto, cosa riuscirà a farà il prossimo Blaster, quello scritto bene? Qualcuno ha definito l'attuale virus come "il figlio di Blaster", il figlio di un prossimo virus che sfrutta la stessa vulnerabilità, ma con un codice più efficiente e destinato a far parlare molto di sé.

Giuseppe Laurenza
12 agosto 2003
Necrologio per un browser
Con Netscape, muore un altro pezzo di Internet

Netscape è morto. Era il re dei browser, una delle gambe sulle quali Internet ha mosso i suoi primi passi. Un altro nome mitico che cessa di esistere, come, qualche anno fa, ha cessato di esistere PowWow, l'antenato di tutti gli ICQ, Messenger e AIM attuali.

I nostri cari defunti preferiamo ricordarli nei loro momenti migliori. Per questo non spenderemo una sola riga per ricordare le versioni successive alla terza del defunto Netscape. Con la versione 3 Netscape era nel suo momento migliore. Dominava incontrastato il settore dei browser ed era arrivato al vertice delle'evoluzione cominciata con la versione 1.

In molti abbiamo iniziato l'avventura Internet con l'allora pachidermico Mosaic: con il modem da 14.400, fra una pagina e l'altra ti potevi andare a fare un caffè. Per non parlare dell'ineffabile Trumpet, che sapevi come lanciarlo, ma non sapevi mai come chiuderlo. Poi era uscito Netscape e la navigazione in Internet era diventata un'attività realizzabile in tempi decenti. Dice Marc Andreessen, fondatore di Netscape, che all'epoca fu scelto l'approccio minimalista: poche e semplice funzioni per andare avanti o indietro e per registrare i bookmark. Via tutti gli orpelli che appesantivano il primo browser del CERN. Con pochi semplici comandi si dava all'utente la possibilità di concentrarsi sul contenuto di Internet, senza distrarlo con inutili funzionalità.

Fosse rimasta questa la filosofia progettuale di Netscape, forse non saremmo qui a commentarne la morte. Come tutti sanno, ad un certo punto Microsoft ha deciso che era giunto il momento di impadronirsi del settore dei browser. Ha preso le vecchie librerie di Mosaic e ha costruito il suo Explorer. Un prodotto per niente innovativo e infarcito dei consueti bug di Microsoft. Però ha cominciato a distribuirlo gratuitamente a piene mani. Non era ovviamente generosità: il conto di Explorer lo abbiamo pagato nelle versioni di Windows dalla 98 in poi. Inoltre, Explorer era compreso in Windows e si sa che l'utente è pigro.

Netscape, invece di seguire lungo la strada della semplicità e della velocità di navigazione, ha cercato di combattere Explorer sul piano delle decine di inutili megabyte da scaricare. Invece di diversificarsi, ha cercato di imitare Explorer. Conclusione: nel giro di qualche anno ha perso completamente la battaglia con Explorer, riducendosi ad avere qualche punto percentuale nel settore dei browser.

Poi Netscape è stato acquistato da AOL e si pensava che il colossale provider americano avrebbe potuto raddrizzare le sorti del nobile browser decaduto. Ma AOL non ha mai creduto davvero in Netscape. E siccome cane non morde cane, ha preferito sottoscrivere un bell'accordo con Microsoft e buttare a mare il vecchio, ormai inutile, browser.

Così si è arrivati alla fine di Netscape. Ucciso da un codice non buono o da scelte commerciali sbagliate? La (inutile) discussione è aperta per chi ama le chiacchiere da salotto.


Giuseppe Laurenza
Internet è buona?

I ragazzi che passano più tempo online hanno migliori risultati a scuola

A dirlo è uno
studio serissimo di una serissima università americana, nell'ambito di un altrettanto serio programma d'indagine. L'università è la Michigan State University che ha messo in piedi, da anni, il progetto di ricerca HomeNetToo, per analizzare l'uso di Internet nelle famiglie, soprattuto in quelle a basso reddito.

Fra le tante conclusioni della ricerca, una è abbastanza soprendente, soprattuto in tempi in cui si tende, con la scusa della pornografia, a limitare l'uso della Rete da parte dei più giovani. Chiaro e tondo, i ricercatori affermano che l'uso di Internet non ha alcun effetto negativo sul coinvolgimento sociale degli utenti o sul benessere psicologico. Inoltre, aumenta le capacità scolastiche dei ragazzi e consente loro di prendere voti più alti.

"Non abbiamo trovato alcuna evidenza del fatto che l'uso di Internet riduca i contatti sociali o la comuncicazione con familiari ed amici" ha detto senza mezzi termini Linda A. Jackson, principale ricercatrice del progetto HomeNetToo. Ed ha proseguito: "Quelli che usano Internet di più, non comunicano di meno con familiari ed amici, non partecipano di meno in gruppi sociali, non diventano più depressi e non hanno più stress di quelli che usano di meno la Rete o non la utilizzano per niente".

Qundi, per la ricercatrice, è completamente priva di fondamento la convinzione che Internet tende ad isolare, a provocare stress, a diminuire i rapporti familiari e sociali. E, cosa non da poco, fa bene alla formazione dei ragazzi.

Queste conclusioni possono sembrare sorprendenti, ma non per chi, come noi e tanti altri, da anni sostiene che se al mondo esiste il male, la colpa non è di Internet. In Rete non ci sono diavoli e, se ci sono, sono arrivati dal mondo cosiddetto reale. Di suo, Internet ha messo soltanto un ottimo protocollo per comunicare. Quello che si dice e quello che si fa in Rete, ricade completamente e totalmente sotto la personale responsabilità di ciascun utente. Internet non c'entra. Noi si.

Carmen Castillo
Internet è cattiva?

Internet favorirebbe la diffusione dell'AIDS

Il vecchio vizio di demonizzare Internet è duro a morire. Come se la Rete fosse il ricettacolo di tutti i vizi, di tutte le perversioni e di tutti gli imbrogli.

Adesso si scopre che la crescita di Internet
favorisce la diffusione dell'AIDS. A dirlo sono due studi americani presentati al convegno National HIV Prevention Conference 2003. Secondo questi studi, le chat e i siti Web sarebbero diventati i luoghi d'incontro preferiti per i gay, sostituendo i tradizionali punti di ritrovo. Di conseguenza, più cresce Internet, più aumenta la possibilità di incontri a rischio.

La "prova scientifica"? Un'indagine del California Department of Health Services ha scoperto che il 23% dei gay o bisessuali che avevano contratto la sifilide ha usato Internet per incontrare il partner. Strano modo di fare le indagini "scientifiche".

Noi non abbiamo fatto indagini, ma ci vuole poco ad immaginare che il 98% dei gay che hanno contratto la sifilide ha usato il telefono per incontrare il partner, magari il 50% lo ha fatto in un bar, il 22% in un supermercato, il 90% in macchina, il 15% ai giardini pubblici, il 20% a casa di un amico. Di conseguenza...la diffusione del telefono, dei bar, delle strade, dei giardini pubblici, dei supermercati, delle case degli amici, favorisce la diffusione delle malattie veneree. E sfidiamo chiunque a dimostrare che le nostre conclusioni siano meno "scientifiche".

Internet ha moltiplicato enormemente la possibilità dei contatti. Di tutti i tipi di contatti, quelli buoni e quelli riprovevoli o presunti tali. Anche il telefono lo ha fatto, ma nessuno ha mai accusato il telefono di favorire chissà quale perversione. Anche i piccioni viaggiatori, nel Medioevo, hanno aumentato la possibilità di contatti. Forse qualche moglie infedele ha usato proprio un piccione viaggiatore per mandare un'appassionata missiva all'amante cavaliere. Ma per quanto ci è dato sapere, nessun filosofo mediovale ha mai accusato i piccioni viaggiatori di favorire l'infedeltà coniugale.

Luciano Sposari

 

Numero precedente: sabato 26 aprile 2003
C'è anche chi rifiuta Internet
In alcuni situazioni la normalità è utilizzare Internet. Ma resta sempre un consistente numero di persone che non ha interesse per la Rete.

Tutte le ricerche e tutti gli studi vengono quasi sempre realizzati per sapere quante persone utilizzano Internet, quanto cresce la Rete e quale sia la sua penetrazione nelle varie aree geografiche e nei vari strati sociali. Questo è comprensibile, perché la condizione normale è di non essere collegato ed è giusto, quindi, che si vadano a contare quelli che fanno il grande salto per superare il fosso digitale, che divide i collegati dai non collegati.
Ma mentre si conta, Internet cresce e in alcune situazioni è cresciuta moltissimo. In qualche caso la situazione si è invertita: è diventato normale essere collegati e quelli che non lo sono cominciano ad essere considerati una recalcitrante minoranza.
Ecco quindi che cominciano a spuntare le prime ricerche su chi non usa Internet, su chi l'ha usata ma l'ha abbandonata, cercando di capire il perché di questo comportamento.
Internet è ben lontana dall'avere un'uniforme e vasta diffusione mondiale e, ovviamente, ricerche di questo tipo hanno un senso soltanto in alcune limitatissime situazioni, nelle quali la diffusione della Rete si avvicina alla diffusione del telefono e della televisione.
Gli Stati Uniti sono uno dei pochi esempi in cui ha senso un'indagine del genere ed è proprio qui che l'associazione The Pew Internet & American Life Project ha condotto una ricerca su chi si ostina a non usare la Rete.
La motivazione principale di questa condotta è tanto semplice quanto incontestabile: c'è una grande percentuale di americani che non usa Internet per il semplice motivo che non gli interessa. Tutto qui. Il 24% degli americani non ha mai provato ad entrare online. E non è che mancano le occasioni: il 20% di quelli che non sono mai entrati online vivono in case che hanno un accesso ad Internet. Il 17% di quelli che non usano Internet sono internauti "pentiti": l'hanno usata in passato ma ne sono rimasti delusi e non sono più tornati online. Più di un quarto di tutti gli utenti americani di Internet confessano che, prima o poi, smettono di andare online per un lungo periodo.
Certamente il "digital divide" gioca, anche in America, un ruolo tuttora molto sensibile: i bianchi usano la rete più delle minoranze, i giovani più dei vecchi, i ricchi più dei poveri e i colti più dei meno colti. Questo è tuttora vero, ma al di là di questi prevedibili motivi comincia ad apparire uno zoccolo duro di utenti, che non appartiene alle minoranze, che non è vecchio, che non è povero e che è colto. Nonostante questo, non ha interesse per Internet. Bene, dovremo abituarci a rispettare i desideri e le opinioni di tutti.

Carmen Castillo
Il virus della polmonite atipica ha un fratello informatico
Il virus Coronex sfrutta il panico per la SARS, la polmonite atipica

Era prevedibile che arrivasse e puntualmente è arrivato il virus che, per diffondersi, sfrutta il panico per la SARS, la polmonite atipica che occupa le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Chi scrive un virus, probabilmente passa più tempo a cercare l'esca giusta per indurre i malcapitati a cliccare l'allegato, di quanto ne passa per scrivere il codice del virus. Per questo, se qualcosa fa notizia sulle prime pagine dei giornali, prima o poi qualcuno ci scrive sopra un virus.
C'è la guerra in Iraq? Ecco il virus Ganda che promette foto satellitari dello sfortunato paese. Si diffonde il panico per l'antrace? Spuntano virus "all'antrace" da tutte le parti. Le sembianze procaci di Anna Kournikova turbano i sogni di milioni di utenti maschili? Ecco pronto il virus che turba i loro computer.
Adesso è la polmonite atipica ad imperversare nella stampa ed ecco pronto il virus, denominato Coronex, che arriva con una e-mail che ha per soggetto "Severe Acute Respiratory Syndrome" o "SARS Virus." La e-mail portatrice del virus (informatico!) arriva da una grande varietà di indirizzi: sars@hotmail.com, virus@china.com o sars2@hotmail.com. Il file allegato, che contiene il virus, può avere vari nomi, fra cui SARS.exe o Hongkong.exe.
Se non si clicca l'allegato e si provvede a cancellare il tutto, nessun problema. Se invece esiste ancora qualcuno tanto sprovveduto da cliccare un allegato del genere, le conseguenze sono le solite. Il virus si istalla nel computer, si avvia ad ogni partenza di Windows e si auto-invia a tutti gli indirizzi della rubrica.
Gli esperti non attribuiscono una grande pericolosità a Coronex: sembra che non sia tanto efficiente, come non lo era Ganda. Non dovrebbe diffondersi molto: in fondo arriva agli onori della cronaca più per merito del virus SARS, quello vero, che per meriti propri. In ogni caso,
qui si trovano tutte le ultime informazioni su Coronex.

Luciano Sposari
Quei computer pieni di polvere (o quasi)
L'informatica nelle scuole non ha prodotto tutti i benefici sperati

La rivoluzione informatica, in molte parti del mondo, è ormai arrivata nelle scuole. Negli Stati Uniti è arrivata prima e più che in altri paesi. Le scuole americane (e non solo) traboccano di computer e collegamenti ad Internet. Di soldi ne sono stati spesi tantissimi: quindi è ora di cominciare a fare qualche consuntivo e di chiedersi se i benefici corrispondono allo sforzo fatto.

Purtroppo sembra proprio di no: studenti e professori usano poco i mezzi informatici a disposizione e, quando li usano, lo fanno per svolgere soltanto poche attività di base. Questa sconfortante conclusione emerge da un'accurata indagine svolta del Maryland, in USA. Lo studio rileva che studenti e professori non fanno un uso regolare delle tante tecnologie a disposizione. Quando lo fanno, si limitano ad un uso semplicistico del word processor, a leggere qualche tutorial e a cercare qualche informazione in Internet, molto spesso per copiare i compiti. Tutto qui.

Le tecnologie disponibili vengono ampiamente sotto-utilizzate: non si usa il computer nei laboratori sperimentali per fare misure elettroniche, non si producono lavori multimediali, non si usa il foglio elettronico come potente supporto di calcolo e analisi, non si usa Internet per interagire costruttivamente con altre scuole e altri studenti per un benefico scambio di idee ed esperienze.
In definitiva, lo studio conclude drasticamente: se la tecnologia non viene utilizzata, allora è perfettamente inutile spendere tanti soldi inutilmente.

E stiamo parlando degli Stati Uniti, cioè del paese più avanzato da questo punto di vista. Non ci vuole molto a capire che in altre parti del mondo, dove la tecnologia è arrivata di meno e più tardi, le cose vadano anche peggio.

Negli anni passati si è assistita ad una vera e propria "febbre informatica" nelle scuole. Sembrava che il computer fosse diventato il miracoloso rimedio che avrebbe fatto diventare tutti gli studenti del mondo altrettanti piccoli geni. Via la lavagna, alle ortiche il gesso e soltanto un po' di rispetto per il libro, ma solo per le sue antiche e nobili origini. Ovviamente le pressioni, occulte ed esplicite, dell'industria hanno avuto un ruolo non certo secondario.

Dopo gli eccessivi entusiasmi iniziali, è cominciato ad affiorare qualche dubbio. Forse l'informatizzazione affrettata delle scuole ha portato moltissimi benefici ai venditori e pochissimi agli studenti. Sembrava che bastasse riempire una scuola di computer per ottenere automaticamente una cascata di benefici. Ma non era e non è così. Bisogna addestrare gli insegnanti adeguatamente: in caso contrario, la tecnologia non serve a niente o quasi. Bisogna integrare la tecnologia nelle altre attività e non considerarla come un'appendice di lusso. Internet, poi, non è solo una specie di grande biblioteca: è anche, e forse soprattutto, un'occasione unica di rapporti umani. Con le dovute prudenze, è necessario favorire il contatto fra scuole e studenti. Se possibile, di diversi paesi. E invece c'è l'ossessione per i pericoli della Rete, la paura di oscuri e minacciosi diavoli nascosti nelle pieghe di Internet.

Ma c'è anche chi va più avanti e comincia a dubitare che tanta tecnologia, e Internet in particolare, sia davvero in grado di produrre tutti i benefici di cui si favoleggia. Anche se fosse usata bene. Internet spinge gli studenti verso un'attività isolata, mentre nelle scuole dovrebbero essere preferite le attività che favoriscono la socializzazione. Proprio la disponibilità di tanta informazione, favorisce inevitabilmente la pigrizia mentale e la tentazione del plagio elevato a pratica abituale.

Dove sta la verità? Difficile dirlo. Il dibattito è aperto e certamente è arrivato il momento di cominciare a porsi alcuni interrogativi. Partendo dall'elementare considerazione che è sempre un male mitizzare troppo la tecnologia: un cretino, anche se gli dai un computer, si converte soltanto in un cretino con un computer. Non in un genio.

Giuseppe Laurenza